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Il ruolo del coordinatore per la sicurezza nelle attività lavorative che si svolgono in presenza di traffico veicolare

14/07/2015

Con l'Interpello n.1/2015 la Commissione Interpelli presso il Ministero del Lavoro risponde ad un quesito "inerente i criteri generali di sicurezza relativi alle procedure di revisione, integrazione e apposizione della segnaletica stradale destinata alle attività lavorative che si svolgono in presenza di traffico veicolare".
La Federcoordinatori ha chiesto un chiarimento sull'art. 2 del decreto interministeriale del 04/03/2013 (criteri generali di sicurezza relativi alle procedure di revisione, integrazione e apposizione della segnaletica stradale destinata alle attività lavorative che si svolgono in presenza di traffico veicolare). L'articolo prevede che l'adozione e l'applicazione dei criteri minimi di sicurezza descritti nell'allegato I, siano in capo ai gestori delle infrastrutture, alle imprese appaltatrici, esecutrici e affidatarie che devono darne evidenza nei documenti di sicurezza di cui agli art. 17, 26, 96 e 100 del Testo unico di Sicurezza. Osserva Federcoordinatori che gli articoli 17, 26 e 96 sono riferiti ad obblighi riconducibili al Committente ovvero al Datore di lavoro per la redazione di documenti di sicurezza [...], mentre l'art. 100 del Testo Unico fa riferimento al Piano dì Sicurezza e Coordinamento, redatto dal Coordinatore per la Sicurezza. In nessuna parte del decreto si fa riferimento alla figura del Coordinatore per la Sicurezza se non nell'art. 100. "Come dunque può rientrare la figura del Coordinatore in questo decreto? Quali i suoi compiti previsti?" chiede l'Associazione, che avanza un'ipotesi: "è possibile che invece che all'art. 100 si volesse far riferimento all'art. 90 relativo agli obblighi in capo al Committente o Responsabile dei lavori, tra cui vi è quello relativo la nomina del Coordinatore che redige il PSC?"
Secondo la Commissione, con il decreto interministeriale del 04/03/2013 viene "ampliato" il raggio di azione dei regolamenti previ genti, definendo i criteri minimi per la posa, il mantenimento e la rimozione della segnaletica di delimitazione e di segnalazione delle attività lavorative che si svolgono in presenza di traffico veicolare. L'allegato XV, punto 2.2.1. lett. b), del d.lgs. n. 81/2008 stabilisce che il Piano di Sicurezza e Coordinamento, di competenza del Coordinatore per la Sicurezza, deve contenere "l'analisi degli elementi essenziali di cui all'allegato XV.2, in relazione: [...] all'eventuale presenza di fattori esterni che comportano rischi per il cantiere, con particolare attenzione ai lavori stradali ed autostradali al fine di garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori impiegati nei confronti dei rischi derivanti dal traffico circostante". Pertanto, secondo la Direzione Generale "il riferimento all'art. 100 del d.lgs. n. 81/2008 non appare inappropriato con le finalità del decreto in oggetto, anche se tra le figure elencate per l'applicazione dei criteri minimi non è espressamente menzionato il Coordinatore per la sicurezza".


Cantieri: come redige il POS un'impresa familiare

06/07/2015

La Federazione Nazionale UGL Sanità ha chiesto indicazioni al ministero del Lavoro circa l'interpretazione dell'art. 96 del Testo unico di Sicurezza nel caso in cui si trovino ad operare in un cantiere temporaneo e mobile un'impresa familiare: tale impresa deve redigere o meno il piano operativo di sicurezza riportando tutti i contenuti minimi previsti dall'allegato XV del d.lgs. n. 81/2008?
La Commissione Interpelli, con l'interpello n. 3/2015, ricorda che alle imprese familiari (di cui all'art. 230 bis del Codice Civile) si applica l'art. 21 del D.Lgs. n. 81/2008. Se le attività familiari operano all'interno di un cantiere temporaneo e mobile (art. 89, comma 1. lett. a), del d.lgs. 81/2008) esse devono redigere il Piano Operativo di Sicurezza, come previsto dall'art. 96 del TUS (Obblighi dei datori di lavoro, dei dirigenti e dei preposti).
Ma la Commissione precisa: Il Piano deve riportare tutti i punti dell'allegato XV ad eccezione dei punti i cui obblighi non trovano applicazione nel caso delle imprese familiari, e "A titolo meramente esemplificativo e non esaustivo" la Commissione afferma che " nei POS delle imprese familiari non potrà essere indicata la figura del responsabile del servizio di prevenzione e protezione, i nominativi degli addetti al primo soccorso, ecc."


Mancata formazione dei neoassunti, ecco chi ne risponde

23/06/2015

Vi presentiamo un interessante quesito giunto alla redazione della banca dati Sicuromnia di EPC Editore che riguarda la responsabilità del datore di lavoro in caso di infortunio di cantiere occorso per mancata formazione di un carpentiere neo assunto.

Il Quesito
La responsabilità è del datore di lavoro o del lavoratore, nel caso di assunzione di un lavoratore, carpentiere dedito all'armatura del primo solaio di una palazzina in costruzione, che deve utilizzare una scala durante i lavori di banchinaggio, il quale al suo secondo giorno di lavoro cade, utilizzando la scala, senza ancoraggio e senza ricevere l'informazione adeguata?

Risponde Rocchina Staiano, Docente in Diritto della previdenza e delle assicurazioni sociali ed in Tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro all'Univ. Teramo
L'art. 21 del D. Lgs. 626/1994 (oggi trasfuso nell'art. 36 del D. Lgs. 81/2008), prevede che il datore di lavoro provveda affinché ciascun lavoratore riceva un'adeguata informazione sui rischi per la sicurezza e la salute connessi all'attività dell'impresa in generale e sulle misure e attività di protezione e prevenzione adottate in azienda. Inoltre, ai sensi dell'art. 22 del D.Lgs. 626/1994 (oggi trasfuso nell'art. 37 del D. Lgs. 81/2008), deve garantire che il lavoratore riceva una formazione sufficiente ed adeguata in materia di sicurezza, con particolare riferimento al proprio posto di lavoro ed alle proprie mansioni. Tale formazione deve avvenire in occasione dell'assunzione e del trasferimento o cambiamento di mansioni.
Da ciò si ricava che, in materia di infortuni sul lavoro, il D.Lgs. 81/2008, se da un lato prevede anche un obbligo di diligenza del lavoratore, configurando addirittura una previsione sanzionatoria a suo carico, non esime il datore di lavoro, e le altre figure ivi istituzionalizzate, se previste, alla responsabilità ed al controllo della fase lavorativa specifica, dal debito di sicurezza nei confronti dei subordinati. Questo consiste, oltre che in un dovere generico di formazione e di informazione, anche in forme di controllo idonee a prevenire i rischi della lavorazione che tali soggetti, in quanto più esperti e tecnicamente competenti e capaci, debbono adoperare al fine di prevenire i rischi, ponendo in essere la necessaria diligenza, perizia e prudenza, anche in considerazione della disposizione generale di cui all'art. 2087 c.c., norma "di chiusura" del sistema, da ritenersi operante nella parte in cui non è espressamente derogata da specifiche norme di prevenzione degli infortuni sul lavoro. Ciò trova conferma anche nella giurisprudenza di legittimità (Cass. pen., Sez. IV, 29 ottobre 2003, n. 49492; Cass. civ., Sez. lav., 18 maggio 2007, n. 11622; idem, di recente, Cass. Pen., sez. IV, 25 giugno 2014, n. 46820).
Inoltre, il dovere di garantire la sicurezza del lavoratore nello svolgimento delle mansioni alle quali è assegnato prevede, tra l'altro, l'obbligo, a carico del datore di lavoro, di informare i dipendenti dei rischi specifici connessi, in particolare come nel caso specifico, all'uso di un determinato prodotto chimico o sostanza tossica (Cass. Pen., sez. IV, 8 giugno 2010, n. 34771). Tale specificità, imprescindibile, non può arrestarsi all'esplicitazione di un mero divieto senza l'indicazione espressa delle conseguenze per la sicurezza e la salute che la violazione dello stesso può determinare. Siffatta carenza, peraltro, risulta aggravata nell'ipotesi in cui il lavoratore non risulti, comunque, essere stato destinatario di una specifica formazione in tema di sicurezza.

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In arrivo la semplificazione dell'attività ispettiva

18/06/2015

Con il Consiglio dei Ministri dell'11 giugno 2015 è stato approvato in esame preliminare il decreto per la razionalizzazione e la semplificazione dell'attività ispettiva in materia di lavoro e legislazione sociale in attuazione della Legge 10 dicembre 2014, n. 183 (Jobs Act).
Il decreto legislativo per la razionalizzazione e la semplificazione dell'attività ispettiva prevede l'istituzione dell'Ispettorato nazionale del lavoro. L'Ispettorato ha personalità di diritto pubblico, ha autonomia di bilancio e "autonomi poteri per la determinazione delle norme concernenti la propria organizzazione ed il proprio funzionamento.
La principale funzione dell'Ispettorato nazionale, risiede nel coordinamento, sulla base di direttive emanate dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, della vigilanza in materia di lavoro, contribuzione e assicurazione obbligatoria. A tal fine, l'Ispettorato definisce tutta la programmazione ispettiva e le specifiche modalità di accertamento e detta le linee di condotta e le direttive di carattere operativo per tutto il personale ispettivo (compreso quello in forza presso INPS e INAIL).
Al fine di rafforzare l'azione di coordinamento con altri organi preposti alla vigilanza si prevede:
- la stipula di appositi protocolli, anche con i servizi ispettivi delle aziende sanitarie locali e delle agenzie regionali per la protezione ambientale onde assicurare l'uniformità di comportamento ed una maggiore efficacia degli accertamenti ispettivi, evitando la sovrapposizione degli interventi;
- l'obbligo per ogni altro organo di vigilanza che svolge accertamenti in materia di lavoro e legislazione sociale di raccordarsi con l'Ispettorato.


Direttore dei lavori: è responsabile del risarcimento danni anche se chiamato in causa

09/06/2015

La Corte di Cassazione, sez. III, con la sentenza n. 7370 del 13 aprile 2015, ha rigettato il ricorso del direttore dei lavori, dell'impresa e del geologo, condannati in appello come responsabili del danno subito da un privato per la costruzione di una villetta.
La Corte ha confermato la decisione assunta in appello, soffermandosi sulla figura del direttore dei lavori, il quale deve supervisionare e controllare la corretta esecuzione dei lavori e qualora fosse chiamato in causa per l'accertamento della sua responsabilità, può essere condannato al risarcimento del danno in favore del committente.

Il fatto
Un committente dei lavori di costruzione di una villetta, si è opposto al decreto ingiuntivo di un'impresa edile per il pagamento del saldo dei lavori per la somma di Euro 28.380,54.
La motivazione del controricorso è legata all'aver riscontrato gravi vizi nella costruzione della villetta, per i quali era già stato proposto ricorso per accertamento tecnico preventivo, in cui si richiedeva all'impresa appaltatrice il risarcimento del danno; e, per cui era stato sospeso il pagamento del saldo dei lavori.
L'impresa ha negato la propria responsabilità, affermando di essersi attenuta a quanto richiestole dal direttore dei lavori e dal progettista.
Tale progettista, vedendosi chiamato in causa dall'impresa, ha richiesto la chiamata in causa del direttore dei lavori strutturali e del geologo.
Il Tribunale di Forlì, in primo grado, ha revocato il decreto ingiuntivo, condannando l'impresa, il direttore dei lavori e il geologo, al pagamento della somma totale di Euro 430.615,60 per il risarcimento dei danni.
In secondo grado, le parti condannate hanno proposto l'appello che la Corte non ha accolto, confermando così la decisione di primo grado.
Per questa ragione hanno deciso di ricorrere in Cassazione.

La decisione della Corte di Cassazione
La Cassazione ha ritenuto il ricorso non fondato.
La ragione di tale decisione è stata ravvisata dagli ermellini nel fatto che la Corte d'Appello si è attenuta ad un principio consolidato in giurisprudenza per cui la domanda dell'attore si estende automaticamente al terzo chiamato in causa quando "la chiamata in causa sia effettuata al fine di ottenere la liberazione dello stesso convenuto dalla pretesa dell'attore, in ragione del fatto che il terzo deve essere individuato come unico obbligato nei confronti dell'attore, in vece e luogo dello stesso convenuto".
Realizzando così un ampliamento della controversia in senso soggettivo, dove il chiamato in causa diventa parte del giudizio, e in senso oggettivo, dove l'obbligazione del terzo diviene alternativa rispetto a quella individuata dall'attore.
Ferma restando così l'unicità del complessivo rapporto controverso (Cass. civ., sez. 3, 28 gennaio 2005, n. 1748; Idem, 21 ottobre 2008 n. 25559; Idem, 7 ottobre 2011 n. 20610).
Secondo la Corte, in appello è stato correttamente accertato che ci fosse la volontà di ricondurre la responsabilità dei vizi denunciati, da parte del committente, al direttore dei lavori.
La responsabilità in questione è fondata sul contratto di appalto, a cui si ricollegano la nomina dell'impresa appaltatrice, la nomina del direttore dei lavori, il rapporto interno di cooperazione e di corresponsabilità fra l'impresa e il direttore dei lavori.
Per giurisprudenza recente, si deve avere riguardo all'effettiva volontà del chiamante di attribuire al terzo la responsabilità della cattiva esecuzione delle opere, e ove una tale volontà sussista, il giudice può emettere condanna direttamente a carico del terzo, anche se l'attore non ne abbia fatto richiesta, senza incorrere nel vizio di extrapetizione (Cass. civ., 20610/2011 cit.).
Per quanto riguarda il caso in esame, bisogna evidenziare che il direttore dei lavori è la persona di fiducia del committente, il quale deve sorvegliare sulla corretta esecuzione delle opere da parte dell'appaltatore e del personale di cui questi si avvalga, fermandone l'esecuzione in caso di vizi o difetti (Cass. civ. Sez. 2, 29 agosto 2013 n. 198 95).
Per la Corte di appello, il geometra direttore dei lavori, pur se non competente per l'esecuzione dei calcoli in cemento armato, era competente a valutare in corso d'opera come l'appaltatore ed i suoi ausiliari eseguissero il loro lavoro, in modo da rilevare per tempo i gravi difetti delle opere, prima che venissero completate in termini talmente difettosi da avere addirittura sollecitato un ordine di sgombero da parte dell'autorità, a causa del pericolo di crollo.
Il compito del direttore dei lavori è proprio quello di supervisionare e di controllare la corretta esecuzione degli elementi portanti; diversamente non deve accettare l'incarico. Inoltre, deve fornire la prova che i vizi verificatisi non potevano essere obiettivamente rilevati se non a costruzione ultimata.
La Corte di appello, infine, ha accertato che dalla relazione del tecnico (CTU) si ricava che i difetti architettonici sono stati tali da compromettere in modo considerevole le possibilità di godimento e conservazione dell'edificio, e, soprattutto che la presenza di un progetto non poteva certo esonerare il geometra o l'impresa costruttrice, dal risolvere i problemi successivamente contestati.
E' per questo motivo che la Corte d'Appello ha ritenuto rilevante ai fini della decisione, il comportamento dei responsabili quale causa del danno subito e la Corte di Cassazione ha così rigettato il ricorso.


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